Carlo Fumo: «Il Crescent? Abbiamo sprecato un’opportunità»

di Matteo Maiorano

«Salerno come Cannes? No, meglio. Vi illustro la mia pellicola incentrata sul tema rifiuti…». Le parole sono quelle di Carlo Fumo, 32enne regista di Colliano che ieri ha dato il via all’Italian Movie Award.

E’ «Il festival del cinema italiano all’estero», come lo definisce lo stesso regista. Il format è incentrato sui film e serie che hanno ricevuto più premi e proiezioni all’estero. «Saranno votati non da una giuria accademica ma dalla comunità di italiani all’estero». Tra polemiche ed orgoglio il regista lamenta, inoltre, la mancanza di supporto da parte delle istituzioni italiane.

Da cosa nasce la tua passione per il cinema?

«E’ sorto tutto per caso, ho iniziato a fare il registra a 16 anni a Torino: presi parte ad un backstage per “Sette chilometri da Gerusalemme”. Quella fu per me una grande scuola, perché ero molto giovane. Quell’episodio mi ha praticamente indirizzato verso la mia attuale professione».

Com’è iniziata l’avventura dell’Italian Movie Award?

«Il festival parte nel 2009 da Valva, un paesino in provincia di Salerno. Altre location sono state Contursi, Eboli e Pompei. Mi rammarica il fatto che la rassegna non sia mai stata sostenuta a livello istituzionale, nonostante la sua importanza. Da cinque anni è a Pompei, nonostante le diverse difficoltà. La premiazione a New York rappresenta il culmine di una serie di collaborazioni ed eventi collaterali che abbiamo svolto all’estero, soprattutto in Russia e Stati Uniti. Il presidente onorario è Antonio Giordano, ricercatore e oncologo di fama mondiale. Con la sua collaborazione abbiamo fatto vari progetti: quest’anno portiamo un progetto insieme allo Sbarro di Philadelphia, che si incentra sulla Virtual Reality abbinata ai pazienti affetti da malattie tumorali. Dall’Ima mi aspetto tante cose belle: la premiazione avverrà presso il Paley Center For Media, sulla 52esima di fronte al MoMa, nel cuore di Manhattan. Il teatro è già sold out. La considerazione che mi preme fare è che siamo ragazzi giovani e abbiamo investito per la cultura italiana. A me dispiace non aver potuto sviluppare il festival a Salerno. Cito, a tal proposito, un aneddoto: scrissi, a proposito del Crescent, al governatore De Luca. La costruzione dell’opera è un’opportunità sprecata. Il mio suggerimento era creare lì, oltre agli appartamenti, una situazione in cui potesse sorgere una struttura simile a quella di Cannes, il Palais des Festivals. Prendendo spunto dalle mie esperienze, ho constatato che il festival francese produce 2 miliardi di dollari di introiti in tutta la costa azzurra. Lì ci sono servizi incredibili adatti ad ospitare la rassegna, hanno anche l’attracco per gli yacht diretto alla struttura sopracitata. Per me Salerno è molto meglio di Cannes sotto tutti i punti di vista. Lì hanno investito sulla struttura ed hanno creato un’economia per tutta la regione. Salerno ospita il Festival più antico del mondo: è un peccato non sfruttare l’occasione per sviluppare un progetto di grande portata. Nel lungo termine, l’idea avrebbe dato tanto giovamento all’intera area».

Tema inquinamento: sappiamo che c’è in cantiere un film che tratta la problematica…

«E’ un progetto che sto curando con Antonio Giordano e Paolo Chiariello già da diversi anni. E’ frutto di una ricerca svolta da Giacomo Giordano, ex direttore del Pascale di Napoli. Nel 1973 fu realizzato un libro che collegava le malattie tumorali all’inquinamento ambientale. L’opera sta riscontrando forti resistenze istituzionali dal punto di vista produttivo. L’area geografica d’interesse è la Campania, ma il discorso si intreccia inevitabilmente ad altri territori. Il problema è globale: noi abbiamo già realizzato parte del lavoro sviluppando un documentario, “Land of Poison”, trasmesso a Mosca, di supporto al film. La pellicola si chiamerà “Umanoma”: con il gioco di parole si intreccia la figura dell’uomo con quella di un cancro. Si parlerà di intrecci istituzionali, perché poi certe cose, se non ci sono dei pezzi deviati delle istituzioni, non possono realizzarsi. Non è solo entertainment, ma parliamo del perché ed in che modo avvengono determinate cose, lasciando allo spettatore un suo punto di vista. Il discorso drammatico è che, però, una soluzione al dramma non la porta nessuno. Il tipo di inquinamento che coinvolge le aree illustrate nel film è così misto e complesso che per quanto si voglia provare a bonificarle ormai è inutile, sono compromesse le falde acquifere. Le persone vanno allontanate da questi posti, sono ormai off-limits. Noi ripercorriamo dal ’70 ad oggi ciò che è stato fatto in tema inquinamento ambientale».

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