Rossana Noris: «Quello che stiamo facendo mi sembra un miracolo»

di Vittorio Cicalese

Una donna con la D maiuscola. Coraggiosa, tenace, umile guerriera di battaglie che finalmente, dopo tanti anni di omertà e paure, stanno ricevendo la giusta attenzione da parte dei media e – soprattutto – da parte della giustizia italiana.

Attenzione alle parole, quando si parla di e con Rossana Noris: la quarantaduenne bergamasca non si ferma alle apparenze, bada alla sostanza. La conferma viene dalle sue molteplici attività, che necessiterebbero di molto più spazio rispetto alle poche righe che introducono la chiacchierata con la vicepresidente nazionale della “Stefano Cucchi onlus”, creata ad hoc da Ilaria Cucchi per creare sinergia sul territorio e dare forza, speranza e conforto alle tante famiglie di chi – come i Cucchi – ha vissuto “sulla propria pelle” (è proprio il caso di dirlo) il disagio di un malfunzionamento del sistema di garanzia dei diritti dell’uomo che, in troppi casi, è costato la vita di qualcuno.

Parlare di Stefano Cucchi non è mai semplice, soprattutto prima di una proiezione simile…
«Da oltre un mese sto girando senza sosta l’Italia, in lungo e in largo, per dare spazio e visibilità non tanto al film quanto alle verità che si nascondono dietro un sistema di giustizia e salvaguardia dell’uomo che, evidentemente, non funziona. La vicenda di Stefano è stata fin troppo spesso oggetto di strumentalizzazioni, in un senso o nell’altro, ma soprattutto è stata messa a tacere per anni nonostante l’impegno incredibile di persone come Ilaria, che di certo non aveva né ha bisogno di un’associazione che porti avanti una battaglia che sta dimostrando di poter portare sulle proprie spalle con assoluta indipendenza. Quello che serve, quello che manca, è la reale coscienza di quanto accaduto. Il film, da questo punto di vista, è crudo e racconta i fatti così come sono stati raccontati in anni di documentazioni raccolte e lasciate lì ferme, mentre la verità aleggiava tra le menti e le carte di chi ha voluto infangare non soltanto la vicenda di Stefano e di tanti altri malcapitati come lui, ma anche e soprattutto del corpo militare italiano appartenente all’arma dei Carabinieri, della Polizia, insomma di chiunque abbia finora speso la propria vita per garantire che il braccio della giustizia, dello Stato, fosse un appoggio sicuro e non un posto mortale».

La giustizia, quindi, non è sotto attacco come tanti credono…
«Assolutamente no, anzi. Il punto è proprio opposto: non si attacca né si discrimina nessuno. Noi non siamo decisi a puntare il dito contro qualcuno in particolare per il puro gusto di trovare un capro espiatorio. Dobbiamo tutelare ed essere orgogliosi di tutto quello che la giustizia garantisce e fornisce in termini di servizi alla cittadinanza, ma non dobbiamo né possiamo dimenticare quei casi che inevitabilmente passano in sordina per ragioni diverse, tutte ugualmente riprovevoli, che non fanno altro che infangare la stessa giustizia in cui tutti noi crediamo e dobbiamo continuare a credere. Chiunque, per un motivo o per un altro, finisce tra le braccia della giustizia, deve sapere che lì è al sicuro. Nel caso di Stefano, per restare in tema, i dettagli sono già chiari: spacciare droga è reato, ma non si deve pagare con la vita; acquistare droga è una scelta; ammazzare di botte un ragazzo in caserma è omicidio».

Stefano sta finalmente ricevendo giustizia, soprattutto dopo le rivelazioni di queste ultime settimane…
«È già qui l’assurdo. Pensiamo a quanto tempo c’è voluto per far sì che la verità iniziasse a venire fuori. Parliamo di quanto accaduto, non di aria né di supposizioni: riteniamo davvero possibile che esista una giustizia, uno Stato che tutela e insabbia in modo così spudorato fatti di oggettivo rilievo che riguardano un braccio dello stesso Stato che anziché proteggerti, ti ammazza? Quanti anni ci sono voluti prima che venisse fuori qualcosa di ovvio? Davvero si riteneva possibile che un ragazzo, cadendo dalle scale o comunque cadendo a terra, anziché rompersi il naso si facesse male agli occhi? Al di là delle considerazioni soggettive, il dato vero è che chiunque cada a terra battendo il capo frontalmente, non avrebbe in alcun caso la possibilità di far manifestare ematomi – tra l’altro di così grande portata – sugli occhi, senza che il naso si lesioni in modo talmente evidente da far rabbrividire. È assurdo, è qui che scatta fuori la rabbia di Ilaria, così come la mia che di questi casi in giro per l’Italia ne seguo ben 25, tra cui quello di Massimo Casalnuovo, il ragazzo di Buonabitacolo morto anch’egli perché lo Stato ha mostrato di avere diversi pesi e diverse misure, nonostante la giustizia sia uguale per tutti».

La battaglia è, o meglio dovrebbe, essere unitaria anche e soprattutto per la politica?
«Dovrebbe, ma di fatto non lo è mai stata. Eppure, lo dico con forza, noi viviamo un periodo in cui ci si divide tra contratti di governo, divisioni di statuto, partiti che continuano a scindersi poiché non trovano una visione generale unitaria. Noi, invece, abbiamo un unico grande statuto che ci unisce, ci tutela e ci porta a difendere strenuamente la nostra idea di Stato, di giustizia e di diritti: la Costituzione. Tutti sappiamo, vogliamo e dobbiamo difenderla a tutti i costi. Se ci accorgessimo di poter e dover andare tutti nella stessa direzione, invece, avremmo già fatto tanto. Eppure, ci ritroviamo con un Ministro dell’Interno che ci ha detto di non avere tempo per vedere “un film”, che poi è una storia vera, basato sulla ricostruzione di 10mila pagine di verbali, frutto di 7 anni di processi, dove la verità è uscita dopo 9 anni di silenzio addirittura per bocca di uno degli imputati. Viene da chiedersi: perché non cambia lavoro? Intanto siamo riusciti a riprodurre il film anche in Parlamento, una cosa di assoluta rilevanza che legittima ulteriormente un percorso fatto di divulgazione, confronto e volontà di ottenere e garantire giustizia».

Le vicende seguite dalla onlus sono tantissime: alcune sono anche di vecchia data…
«La “Stefano Cucchi onlus” nasce proprio per questo. Tante sono le famiglie che hanno bisogno di supporto per consentire alla propria battaglia di avere adeguata voce in capitolo, poiché non ne hanno la forza economica o fisica o anche morale, vale a dire il coraggio che serve per denunciare un fatto che necessita di attenzione, delicatezza e rabbia incanalata in un determinato verso. L’associazione fa questo, dà sostegno in ogni modo possibile e garantisce il miglior supporto possibile a chiunque: a questo servono, più di ogni altra cosa, le quote versate per l’iscrizione all’associazione. Ad esempio, in Campania ci sono cinque casi simili a quelli di Stefano, per i quali ci stiamo battendo affinché abbiano la giusta attenzione da parte della legge e la divulgazione necessaria tramite i portali web. Pensiamo a Osvaldo Casalnuovo, il padre di Massimo, il 22enne di Buonabitacolo morto a causa del calcio sferrato al suo motociclo da un carabiniere. La sua rabbia e la sua commozione, quella di tutta la famiglia Casalnuovo – con la quale ho rapporti diretti poiché seguo in prima persona l’evoluzione delle loro vicende – è ancora visibile, si nota ogni volta che parla con coraggio di quella vicenda. O ancora il caso di Gerardo Cerone, morto nel 1984 ed emerso agli onori della cronaca con la dovuta attenzione dopo che il coraggio di Ilaria aveva fatto abbattere alla famiglia Cerone quei muri fatti di paura e silenzio durati oltre trent’anni su una vicenda scomoda, incredibile, surreale».

Parliamo del film, invece…
«Sono 100 minuti incredibili. In giro per l’Italia ho visto le sale piene che improvvisamente, per azioni e reazioni diverse, si svuotavano e si riempivano di nuovo. Chi ha bisogno di uscire e prendere semplicemente aria, chi di fumare, chi di piangere. Ognuno reagisce a modo proprio guardando immagini che trasmettono delle sensazioni incredibili. Si tratta di un ritratto crudo, un racconto in cui sono racchiusi gli ultimi sette giorni di una vita, quella di Stefano, che avrebbe dovuto continuare ad essere scritta e raccontata perché in vita e non “a causa” delle battaglie di Ilaria, di Fabio (l’avvocato Anselmo, legale della famiglia Cucchi e compagno di Ilaria, ndr) e di quella foto che la stessa Ilaria continua a mostrare dopo averla scattata, con coraggio e freddezza ma soprattutto con tanta, tanta rabbia. Proprio per questo non mi sembra vero che, a distanza di mesi, il film sia ancora così discusso. Quello che si sta realizzando in giro per l’Italia, passando anche per Salerno, è un miracolo che inorgoglisce me e la onlus ogni giorno di più. Ogni sala piena di gente che ha voglia di capirne di più e si rende conto delle attività che l’associazione svolge sul territorio nazionale, percependo la necessità di essere parte attiva di un percorso che ha avuto inizio ma non vede ancora la luce in fondo al tunnel, ci ripaga di ogni sforzo fatto fino a quel momento».

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